3 Luglio 2009
(di Dario Terzic)
È quello che dovevo fare da tanto tempo. Tornare a Srebrenica. Un importante confronto – incontro con me stesso, rimandato tante volte. Mi chiedevo come sarebbe stata la mia prima reazione. Avevo paura anche della rabbia che da anni sentivo dentro di me. Rabbia verso tanti, ma soprattutto verso la cosiddetta comunità internazionale. L’Europa unita. I militari europei che senza muoversi avevano osservato il massacro. Da quando ho conosciuto Roberta Biagiarelli, autrice e interprete dello spettacolo teatrale “A come Srebrenica”, ormai otto anni fa, avevo voglia, o soprattutto bisogno, di andarci. Di vedere Srebrenica. Continua a leggere →
30 Giugno 2009
La bella prefazione scritta da Giulio Giorello per il mio libro apre le pagine culturali del quotidiano La Stampa di oggi.
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27 Giugno 2009
Un’intera nazione sconvolta dal rapporto della Commissione sugli abusi sui minori, secondo cui stupri e molestie erano “endemici” nelle scuole industriali e negli orfanotrofi gestiti dalla Chiesa cattolica. Il noto editorialista dell’Irish Times Fintan O’Toole si chiede come possa una società aver consegnato i propri figli a “un sistema di terrore”.
Il sadismo organizzato inflitto ai bambini dalla Chiesa cattolica e dallo stato, rivelato dalla Commissione sugli abusi sui minori, è troppo grave per essere accettato. Tra il 1936 e il 1970, 170mila bambini sono stati consegnati alle circa 50 scuole industriali, più di un bimbo su cento nella fascia d’età in questione. Dato che le cifre sono difficili da concepire, è meglio concentrarsi su singole immagini. Uno dei Padri si era arrabbiato con un alunno troppo lento a rispondere: “Colpì il ragazzo, gli prese la testa e la sbattè contro il banco. I calamai si rovesciarono, era tutto coperto di sangue e inchiostro.” Il ricordo di un bimbo dell’uomo che lo picchiava: “Era come un lupo. Spalancava le mascelle e mostrava i denti…” Il Padre che accese la radio a tutto volume quando un bambino gli fu portato in stanza. Gli disse: “togliti quel pigiama, puoi gridare quanto ti pare, piccolo bastardo”. Continua a leggere →
25 Giugno 2009
L’introduzione di “Storia del conflitto anglo-irlandese – Otto secoli di persecuzione inglese”
è uscita oggi nelle pagine della cultura del quotidiano “Avvenire”. Il volume arriverà nelle librerie tra una settimana ed è già acquistabile on-line dal sito della casa editrice.
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24 Giugno 2009
(di Alessandro Michelucci)
Era soltanto questione di tempo: bastava aspettare, ma era certo che prima o poi sarebbe arrivata la conferma di quello che molti temevano. Il Kosovo, lo stato-fantoccio nato nel febbraio 2008, è stato accusato di non rispettare i diritti delle numerose minoranze presenti sul suo territorio: Bosniaci, Croati, Rom, Serbi, Turchi e altri. L’accusa è venuta dal Minority Rights Groups (MRG), una delle più autorevoli e longeve organizzazioni nate per difendere i diritti delle minoranze. Nel suo rapporto intitolato “Filling the Vacuum: Ensuring Protection and Legal Remedies for Minorities in Kosovo” il MRG specifica i punti dolenti della questione, fra i quali spiccano la limitazione dei diritti politici e la negazione di stutture didattiche nelle varie lingue minoritarie. Il rapporto aggiunge che ”questo, insieme alle difficili condizioni economiche, sta costringendo molti membri delle comunità minoritarie, fra i quali Bosniaci e Turchi, a lasciare il Kosovo”. Alcune settimane prima l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) aveva pubblicato un rapporto dove criticava duramente il comportamento della polizia kosovara nei confronti delle minoranze. A questo punto si impone una riflessione. I paladini dell’occidentalismo (cioè degli Stati Uniti) hanno sostenuto l’indipendenza del Kosovo sottolineando (giustamente) che in passato la minoranza albanese era stata vessata dalla maggioranza serba. Se questa posizione non fosse stata strumentale, quindi, adesso dovrebbero preoccuparsi delle altre minoranze. Ma non lo faranno.
21 Giugno 2009
Eccolo qua, con la copertina e il titolo in versione definitiva. In libreria arriverà il 2 luglio e nei prossimi giorni uno stralcio dell’introduzione uscirà in anteprima su “Avvenire”. Perdonate l’autorefenzialità di questo post, ma non nascondo un po’ di orgoglio, anche perché tutto ciò mi è costato quasi sei anni di lavoro. Il risultato è il “Libro nero” degli inglesi in Irlanda, delle persecuzioni e del razzismo che gli irlandesi hanno subito per oltre ottocento anni, nel corso della più lunga esperienza coloniale di tutti i tempi.
Basato su fonti storiche in gran parte inedite in Italia ma anche su testi letterari, interviste e racconti di vita quotidiana, il libro ripercorre con taglio divulgativo le principali fasi storiche tenendo ben presenti i suoi aspetti culturali. Cercando di evidenziare quella linea di continuità intrisa di disprezzo e razzismo, morte e distruzione causati dalla politica inglese, che ha trovato inequivocabili rappresentazioni nella letteratura, nella satira, nel giornalismo e nel linguaggio popolare. Le parole in proposito più sensate, in tempi recenti, le ha pronunciate l’inglesissimo Ken Livingstone, sindaco laburista di Londra dal 2000 al 2008, quando ha detto: “Quello che hanno fatto gli inglesi in Irlanda è molto peggio di ciò che Hitler ha fatto agli ebrei. Non ce ne rendiamo conto solo perché l’abbiamo fatto in oltre ottocento anni, invece che soltanto in sei.” E in effetti questo libro avrei voluto intitolarlo proprio “Olocausto irlandese”, ma l’editore (Odoya di Bologna) ha optato per una soluzione diversa, più generalista, che non rispecchia propriamente il contenuto del libro, ma forse lo rende commercialmente più appetibile. Vedremo. Comunque sia, l’obiettivo che mi ero prefissato, fin dal momento in cui ho deciso di imbarcarmi in questo progetto (sicuramente velleitario, visto che attraversa otto secoli di storia) era quello di fugare i ricorrenti equivoci circa le responsabilità inglesi in un conflitto che ha funestato l’Irlanda fino a pochi anni fa e tuttora ne avvelena il presente. Giulio Giorello, forse il più famoso epistemologo italiano vivente, ha scritto un’appassionata prefazione al volume. Oltre a essere titolare della cattedra di filosofia della scienza alla Statale di Milano ed editorialista del “Corriere della Sera”, Giorello è anche un grande esperto di vicende irlandesi.
RM
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19 Giugno 2009
(di Vittorio Zucconi)
Se chiedere scusa per le proprie colpe storiche, oggi divenuta attività molto praticata, potesse davvero cancellare il passato, il lungo orrore dello schiavismo negli Stati Uniti si sarebbe dissolto ieri, quando il Senato americano ha approvato all’unanimità l’atto di contrizione e di pentimento per la «peculiare istituzione», come fu chiamata la schiavitù. Ultima nazione ad abolirla, con Abramo Lincoln nel 1865 dopo il reciproco massacro di 600 mila fratelli del Nord e del Sud, e ancora aggrappata alla coda velenosa della discriminazione razziale di legge per un altro secolo fino agli ‘60 del XX, l’America, che ha oggi alla propria guida un uomo di sangue europeo e africano, ha avvertito, senza particolare fretta, l’urgenza di chiedere scusa anche ai propri cittadini neri. Continua a leggere →
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11 Giugno 2009
(da Lettera 22)
La compagnia petrolifera paga 15,5 milioni di dollari per evitare il processo che la vede coinvolta nella morte dello scrittore e attivista nigeriano Ken Saro-Wiwa.
Per il gigante petrolifero Royal Dutch Shell si tratta di un «gesto umanitario». Un eufemismo per definire i 15,5 milioni di dollari che la compagnia petrolifera pagherà perché non si celebri il processo che la coinvolge per collusione con le autorità nigeriane per la morte di Ken Saro-Wiwa, scrittore e attivista nigeriano, e di altri cinque ambientalisti della tribù Ogoni, giustiziati dal regime militare della Nigeria nel 1995. La Shell nega ogni coinvolgimento nell’accaduto, ma intanto si mette al riparo dal processo per gli abusi perpetuati nel Ogoniland, nel Delta del Niger. Un processo che sarebbe dovuto iniziare fra pochi giorni per una causa intentata quattordici anni fa dai parenti delle vittime, con a capo il figlio di Ken Saro-Wina. L’accusa è pesante. La Shell sarebbe coinvolta nelle violenze perpetuate dalle autorità militari per stroncare le contestazioni degli Ogoni, che denunciavano gli abusi ambientali delle compagni petrolifere nel Delta del Niger. Tra i principali difensori dei diritti degli Ogoni e voce della lotta ambientalista nel Delta, lo scrittore Ken Saro-Wina. Vincitore del Goldman Environmental Prize e presidente del Mosop (il Movimento per la sopravvivenza della popolazione Ogoni) si batteva per la difesa dell’ambiente devastato dall’industria petrolifera. Per questo venne arrestato nel 1994, inseguito ad una campagna di protesta non violenta, e condannato a morte. Il tutto, pare, con il beneplacito delle compagnie petrolifere alle quali si opponeva. Tutti fatti ai quali la Shell si è sempre detta estranea.
L’accordo extra-giudiziario, che secondo la compagnia anglo-olandese dovrebbe coprire costi legali e compensare le perdite subite dagli Ogoni, è salutata come una vittoria dai parenti delle vittime. «Ken sarebbe contento di questo» commenta il figlio di Saro-Wina in una intervista al quotidiano britannico The indipendent. Ma non mancano le voci contrarie. Bariara Kpalap, portavoce del Mosop dice alla Bbc «Per una pace duratura nel Ogoniland, la Shell dovrà cambiare il proprio atteggiamento verso la popolazione. Vogliamo essere trattati come persone umane, non come quelli da sfruttare a causa del petrolio». Mentre per Ogon Patterson, fondatore del Ijaw Council for Human Rights, associazione che lavora per proteggere le popolazioni del Delta: «quei soldi sono sporchi di sangue».
Il caso è approdato alla corte americana grazie all’Alien Tort Claims Act, una legge del 1789 che, in caso di crimini contro l’umanità o di torture, consente di perseguire un azienda o un individuo, che vanta una significativa presenza negli Stati Uniti, anche per reati commessi all’estero. Una legge alla quale si sono appleati il dissidente cinese Wang Xiaoning contro Yahoo!, per aver contribuito all’arresto, e alla tortura di Wang e del giornalista Shi Tao, e gli abitanti del villaggio nigeriano di Bowoto contro la Chevron, accusata di aver ucciso alcuni abitanti. Lo sfruttamento delle risorse petrolifere del Delta del Niger è ancora un caso di scottante attualità, e la lotta a queste attività si è oggi radicalizzata. Il Mend (Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger) ha preso il posto del Mosop, e boicottaggi, sequestri e armi hanno sostituito i pacifici mezzi e la non violenza di Saro-Wina.
(Andrea Pira)
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9 Giugno 2009
La fine di Michael Bradley, scomparso improvvisamente qualche settimana fa per un attacco di cuore, è passata completamente sotto silenzio. Michael aveva 22 anni, quel tragico 30 gennaio 1972, quando fu raggiunto dai proiettili sparati ad altezza d’uomo dal primo battaglione dei paracadutisti britannici, nel corso della cosiddetta “Domenica di sangue” di Derry. Riuscì a scampare alla mattanza, ma i colpi ricevuti alle braccia e al torace l’hanno costretto a vivere il resto della sua vita da disabile. Non gli hanno però impedito di battersi, per quasi quattro decenni, affinché fosse fatta giustizia sulla strage perpetrata in nome degli interessi coloniali di Sua Maestà. Ha sempre continuato a vivere nella sua città, e raramente si perdeva una seduta dell’interminabile inchiesta Saville che dovrebbe finalmente far luce su quanto accadde qual giorno maledetto. Entro la fine dell’anno è attesa la pubblicazione del rapporto conclusivo del giudice, ma ben pochi s’illudono che venga fatta finalmente giustizia. Michael Bradley è il settimo ad andarsene, dei quattordici feriti gravemente nella “Bloody Sunday”.
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29 Maggio 2009
La notizia è di quelle clamorose: Radovan Karadzic, l’ex leader dei serbi di Bosnia tra i principali artefici della mattanza nei Balcani – arrestato a Belgrado il 21 luglio scorso dopo tredici anni di latitanza – potrebbe essere scarcerato. I suoi avvocati hanno chiesto l’invalidazione del processo e la cancellazione delle accuse, con la conseguente immediata scarcerazione del 64enne psichiatra. Il motivo è molto semplice: Karadzic non sarebbe mai stato latitante, ma avrebbe semplicemente seguito alla lettera l’accordo sottoscritto con il diplomatico Usa Richard C. Holbrooke, mediatore ai tempi del conflitto nella ex-Jugoslavia. In cambio dell’immunità per quanto ordinato ai suoi uomini ai tempi della guerra, Karadzic doveva abbandonare la scena politica nel 1996, scomparendo nel nulla e permettendo così la firma degli Accordi di Dayton che, sotto l’egida Usa, chiudevano il conflitto nei Balcani. Secondo i difensori di Karadzic, se il tribunale dovesse appurare che l’accordo-Holbrooke é vincolante, il procedimento giudiziario sarebbe sicuramente da annullare.
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