Maggio 14, 2008

Dici ‘terrorismo in Irlanda’ e la mente corre immediatamente all’IRA e ai lunghi anni costellati da autobombe e attentati. Lo strapotere della propaganda britannica è riuscito a celare completamente all’opinione pubblica internazionale l’esistenza di un terrorismo di matrice unionista-protestante: quello dei seguaci della Regina, pronti a tutto pur di mantenere il legame con l’antica madrepatria d’Albione. Ben più sanguinario anche perché armato e in molte occasioni indirizzato e guidato dalla stessa Londra. É quindi assai naturale che in pochi sappiano, o ricordino, che la peggior strage di tutto il pluridecennale conflitto anglo-irlandese sia stato perpetrata in un pomeriggio di maggio di 34 anni fa, ad opera degli squadroni della morte protestanti e dei servizi segreti di Sua Maestà. Stiamo parlando delle autobombe che il 17 maggio del 1974 portarono morte e distruzione a Dublino e a Monaghan, nel cuore della Repubblica d’Irlanda, nominalmente indipendente da Londra, di fatto vittima di una sudditanza psicologica e politica che ne ha condizionato a lungo lo sviluppo. In totale trentatre civili (26 a Dublino e 7 a Monaghan) rimasero uccisi e centinaia furono feriti e mutilati.
Anche se non arrivò alcuna rivendicazione, fu subito chiaro che le bombe erano state piazzate dai paramilitari lealisti come gesto estremo di una strategia politica che mirava a far crollare il primo tentativo di governo consociativo, ma fin dall’inizio affiorarono gravi sospetti che i gruppi lealisti non fossero gli unici responsabili. La dinamica delle stragi di Dublino e Monaghan (per le quali nessuno è mai stato incriminato) è stata in gran parte chiarita molti anni dopo da un programma televisivo e da un libro dello storico irlandese John Bowyer Bell: l’operazione fu progettata e decisa dai servizi segreti militari inglesi ai danni di uno stato estero.
Proprio in questi giorni l’associazione dei familiari delle vittime e l’amministrazione comunale di Dublino hanno messo una nuova serie di lapidi in memoria delle vittime innocenti di quella barbarie. Si trovano in Parnell Street, Talbot Street e South Leinster Street, nei punti precisi dove 34 anni fa esplosero le bombe.
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Maggio 13, 2008
Quella di Betty Williams, premio Nobel per la pace 1976, sembrava una sfida velleitaria e irrealizzabile: creare un centro per l’accoglienza dei minori in fuga dai conflitti e per lo studio delle energie rinnovabili in un luogo destinato ad ospitare il più grande deposito di scorie nucleari d’Italia. Cinque anni fa una lunga protesta popolare bloccò definitivamente la discarica prevista nella cittadina lucana di Scanzano Jonico.

Oggi, grazie alla testardaggine di questa irlandese impegnata anima e corpo da oltre trent’anni in difesa dei diritti dell’infanzia, il progetto della “Città della pace dei bambini” è uscito dal libro dei sogni per cominciare ad assumere una forma concreta. Qualche mese fa la Regione Basilicata ha finalmente stanziato 4 milioni e 400mila euro per finanziare l’avvio del progetto della Ong irlandese World Centers of Compassion for Children International presieduta dalla Williams, che adesso è pronto a entrare nella fase esecutiva. La “Città della pace” ospiterà i bambini vittime delle guerre ma sarà anche un polo d’eccellenza per l’educazione alla pace, per la ricerca sulle energie pulite e per lo studio di nuove tecnologie in campo medico. L’intervista che abbiamo realizzato con Betty Williams è uscita qualche settimana fa su “Avvenire”
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Maggio 10, 2008
Ieri il nostro paese ha celebrato per la prima volta il “Giorno della Memoria”, istituito per ricordare tutte le vittime del terrorismo e delle stragi. La ricorrenza è stata fatta coincidere simbolicamente con l’anniversario dell’omicidio di Aldo Moro. Il Quirinale ha reso omaggio ai caduti di una lunga stagione di sangue realizzando il volume “Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana”, che raccoglie volti e storie in una sorta di Spoon River degli Anni di Piombo italiani.
L’elenco comprende 378 nomi e foto di vittime del terrorismo, ma più in generale della violenza politica che ha attraversato l’Italia a partire dagli anni Sessanta, con gli attentati in Sud Tirolo, passando per quella mafiosa di matrice stragista, con le bombe sul continente del 1993.
L’ultimo in ordine di tempo è il sovrintendente capo della polizia di Stato Emanuele Petri, ucciso nello scontro a fuoco coi brigatisti rossi intercettati sul treno Roma-Firenze, la mattina di domenica 2 marzo 2003. Da lì cominciò l’indagine che smantellò il gruppo responsabile degli omicidi di Marco Biagi e Massimo D’Antona. Nella galleria composta dal Quirinale compaiono anche i nomi e le foto dei morti per caso provocati dalle bombe, e le facce delle 85 vittime della strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna sembrano interrogare chi le guarda sul perché dell’eccidio che ha spezzato le loro vite; qualcuna giovanissima, come Angela Fresu che non aveva ancora 3 anni, qualche altra proveniente dal secolo precedente come Antonio Montanari, classe 1894.
Ci sono poi i morti per errore, come il cuoco Luigi Allegretti, assassinato a Roma dai “Compagni armati per il comunismo” che lo scambiarono per un dirigente locale del Msi, o come l’impiegato ventiquattrenne Antonio Leandri, ammazzato dai neofascisti dei Nar al posto di un avvocato ritenuto colpevole di aver fatto arrestare un “camerata”. Tra le vittime ricordate c’è perfino chi, se non fosse stato ucciso, avrebbe portato avanti la sua militanza politica e di contestazione alle istituzioni. Magari rivoluzionaria. Per esempio Walter Rossi, un aderente a Lotta continua assassinato il 30 settembre 1977 da un proiettile sparato da avversari politici radunatisi intorno a una sede missina; e Giorgiana Masi, studentessa di 19 anni caduta a Roma il 12 maggio dello stesso anno, per un colpo di pistola vagante di cui furono accusati i corpi di polizia presenti in piazza, anche se il libro precisa che “l’inchiesta non consentirà di individuare l’autore dell’omicidio”.
Sul fronte dell’estremismo opposto ecco i volti e i nomi di Miki Mantakas e Sergio Ramelli, militanti didestra ammazzati dai “rossi” nel 1975, e dei tre uccisi davanti alla sezione romana del Msi di via Acca Larentia; compreso Stefano Recchioni, morto per mano di un carabiniere nei disordini seguiti all’agguato in cui persero la vita Bigonzetti e Ciavatta. Era il 7 gennaio 1978, e da quell’episodio prese forma, anche per reazione, il gruppo armato dei Nar. Nei testi che sintetizzano i fatti si intravede la mano di chi ha vissuto quagli anni, li ha studiati e indagati, arrivando a capire — e a raccontare oggi — che i morti provocati dalla violenza politica diffusa nelle città d’Italia degli anni Settanta, hanno a che fare col terrorismo; perché da quegli snodi sono nate sigle che hanno firmato nuovi attentati, o perché hanno provocato nuovi ingressi in clandestinità.
Nell’omaggio rivolto dal Quirinale a tutte le vittime i nomi degli assassini non ci sono, anche quando le sentenze hanno accertato le singole responsabilità; stavolta bastano quelli degli assassinati. Come Emilio Alessandrini, uno dei tanti giudici uccisi nella lunga stagione di sangue: “Prototipo del magistrato di cui tutti si possono fidare, un personaggio simbolo, rappresentante di quella fascia di giudici progressisti ma intransigenti, né falchi chiacchieroni né colombe arrendevoli”, scrisse sul Corriere Walter Tobagi. Il volto di Alessandrini sorride dalla pagina a lui dedicata, e in un’altra sorride quello di Tobagi, ammazzato un anno e quattro mesi più tardi.
Con gli assassini in molti casi liberi da tempo, in alcuni altri mai individuati, di fronte alla nauseante proliferazione di letteratura degli ex terroristi, questa ci è sembrata un’iniziativa lodevole e assolutamente priva di retorica.
Maggio 9, 2008

I funerali di Peppino Impastato ucciso dalla Mafia il 9 maggio del 1978. Trent’anni fa. I servizi segreti - è ormai dimostrato - depistarono le indagini. Giornalista e militante di Democrazia proletaria, Peppino faceva parte di una potente famiglia mafiosa del palermitano ma si ribellò, denunciò, fece i nomi dai microfoni di Radio Aut. In suo nome sono in corso a Cinisi, vicino Palermo, tre giorni di Forum sociale antimafia.
Maggio 8, 2008
Se n’è andato qualche giorno fa, all’età di 97 anni, Nikolai Baibakov, il potentissimo ministro del petrolio dell’Urss uscita dalla Seconda Guerra Mondiale. Era rimasto fino all’ultimo uno dei più convinti sostenitori dello statalismo dell’era stalinista.

Originario della città di Baku, situata al centro dell’area petrolifera più grande del mondo e oggi capitale dell’Azerbaijan, ebbe modo anni fa di ricordare in un’intervista l’episodio che aveva segnato l’inizio del suo lungo rapporto di collaborazione con Stalin. Nel 1942, con i nazisti alle porte di Stalingrado, il dittatore lo convocò e gli chiese di impedire che le piattaforme petrolifere del Caucaso cadessero in mano ai tedeschi senza interrompere i rifornimenti all’Armata Rossa, indispensabili per proseguire la “grande guerra patriottica”. Appena trentenne e da poco nominato viceministro del petrolio, Baibakov propose di smantellare le piattaforme principali e trasferirle nella parte orientale del paese, seguitando a estrarre e a inviare il greggio al fronte fino all’ultimo minuto. Stalin apprezzò l’idea ma gli puntò due dita alla tempia avvertendolo che se il piano non avesse funzionato, per lui era prevista la fucilazione. Lo stesso destino – aggiunse - gli sarebbe toccato anche se, una volta respinto l’invasore, non fosse riuscito a far ripartire la produzione. Bastò aspettare il 1946 per vedere il petrolio sovietico tornare ai livelli pre-bellici, trainando la ricostruzione di un sistema economico stremato da spese militari che negli anni del conflitto erano state superiori a quelle sostenute dagli Stati Uniti. Quando il quarto piano quinquennale (1946-1950) fece crescere in modo esponenziale la produzione di petrolio, per lui si schiusero definitivamente le porte del gruppo dirigente supremo del Pcus. Nel 1955 fu nominato al vertice del Gosplan, la Commissione statale per la pianificazione, vera e propria stanza dei bottoni della politica economica dell’Urss, da dove fu allontanato un paio d’anni dopo perché non condivideva le critiche mosse a Stalin dal XX Congresso. Tornò alla guida del Gosplan durante gli anni di Breznev per rimanervi ininterrottamente altri vent’anni, durante i quali riuscì a far quintuplicare la produzione industriale del paese. Gorbaciov lo sollevò da tutti gli incarichi nel 1985 ma lui riuscì a non cadere mai in disgrazia, contrariamente a quanto accadde a Kaganovich e ad altri ex Commissari del popolo dell’epoca stalinista. La caduta dell’Urss non bastò a fargli cambiare idea sulla pianificazione economica e sui dogmi dello statalismo più rigido. Ribadì, anche in anni recenti, tutta la sua disapprovazione nei confronti delle riforme della Russia post-sovietica: “anche i paesi occidentali – disse - hanno mantenuto un controllo più rigido sull’economia di quanto hanno fatto Gorbaciov e Yeltsin”. Prima di morire osservò con soddisfazione la crescita, lenta ma costante, coincisa con il ritorno del ruolo dello stato nell’economia favorito da Putin.
(Questo articolo è uscito anche su “Diario”, n. 7, anno XIII)
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Maggio 6, 2008
Era il 5 maggio 1945 quando fu liberato l’ultimo campo di concentramento e di sterminio nazista: Mauthausen insieme con tutti i suoi sottocampi fra i quali Ebensee e Gusen. Come ci ricorda l’Aned, l’associazione degli ex deportati politici, proprio ieri ricorreva il 63esimo anniversario della liberazione del campo. E’ passato tanto tempo ma purtroppo è ancora possibile morire per mano dei nazifascisti. Ieri ha infatti perso la vita un ragazzo a Verona, Nicola Tommasoli, colpevole solo di essersi rifiutato di dare una sigaretta ad altri 5 ragazzi. Nel leggere questo episodio la mente ci riporta subito all’interno dei lager nazisti nei quali si poteva perdere la vita per niente, magari per aver rivolto lo sguardo ad una SS o magari per essersi rifiutati di dare una sigaretta ad un kapò. L’amico testimone di Nicola, descrive gli aggressori come cinque bestie che si sono accanite sul corpo del ragazzo, ed anche qui ci vengono in mente tutte le volte che i nostri ex deportati hanno definito le SS come bestie. “Purtroppo - dice l’Aned - ancora oggi dopo 63 anni dall’apertura del cancello di Mauthausen si può morire senza motivazione per mano di nazifascisti. Cercheranno di sminuire questo episodio, catalogandolo come di semplice cronaca nera e non di matrice politica, ma questo è un errore che vogliono indurci a fare ma che noi non possiamo tollerare con il silenzio. Possibile che dopo tutti questi anni, dobbiamo ancora raccomandare ai nostri figli di stare attenti ai nazifascisti, e come facciamo a riconoscerli? Come poteva Nicola riconoscerli, non avevano uniforme, non avevano segni evidenti di distinzione, proprio come quei fascisti che 64 anni fa fecero deportare i nostri cari con destinazione Mauthausen, Ebensee, Gusen”.
Maggio 5, 2008
A volte è il tempo a rendere giustizia a certi morti diventati icone, riconoscendo loro un ruolo decisivo al crocevia della storia di un paese. È quanto col trascorrere degli anni è accaduto a Bobby Sands, il prigioniero politico irlandese morto esattamente 27 anni fa, il 5 maggio 1981, dopo 66 giorni di sciopero della fame nel carcere britannico di massima sicurezza di Long Kesh, alla periferia di Belfast. Nei due mesi successivi nove suoi compagni di lotta morirono come lui, rifiutando il cibo per ottenere il riconoscimento dello status di prigioniero politico negato dal governo di Londra. Il loro sacrificio favorì l’avvio della decisiva svolta politica culminata in tempi recenti con la creazione di un esecutivo solido in grado di implementare gli accordi di pace e con l’addio alle armi da parte dei gruppi paramilitari. I dieci giovani morti nella tragica primavera del 1981 non furono i soli a prendere parte a quella forma estrema e terribile di lotta carceraria: altri prigionieri repubblicani vi parteciparono, ed essendone usciti vivi, hanno avuto in seguito la possibilità di analizzare criticamente quei fatti. Tredici di loro sono morti negli anni successivi (il loro fisico rimase per sempre segnato dalle conseguenze dello sciopero) ma chi è sopravvissuto oggi concorda nel ritenere che il movimento repubblicano irlandese abbia cominciato ad abbandonare la strategia della lotta armata proprio in seguito alla protesta che causò quelle dieci bare. E che allora quello fu un sacrificio necessario e inevitabile. Tutto ciò ci venne spiegato due anni fa, in occasione del 25esimo anniversario della morte di Bobby, quando raccogliemmo per il settimanale “Diario” la testimonianza di alcuni sopravvissuti allo sciopero della fame del 1981.
Da segnalare infine, che una delle principali sezioni del prossimo festival cinematografico di Cannes si aprirà con un film dedicato alle ultime settimane di vita di Bobby Sands. “Hunger”, opera prima del regista inglese Steve McQueen, una delle pellicole più attese alla rassegna, andrà in scena il prossimo 15 maggio.
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Maggio 3, 2008

Il premio Nobel per la pace Nelson Mandela, ex presidente sudafricano, simbolo della fine dell’apartheid, compare sulla lista delle persone sospettate di legami con il terrorismo del governo americano e per entrare negli Stati Uniti ha tuttora bisogno di uno speciale permesso. La questione, della quale parla il quotidiano Usa Today, è definita «imbarazzante» dal segretario di Stato americano Condoleezza Rice e un pool di esponenti del Congresso promettono una soluzione in tempi brevi. Il problema non riguarda solo Mandela, che ha 89 anni, ma altri membri dell’African National Congress, il movimento anti-apartheid che ora esprime il governo di Johannesburg. Negli anni Settanta e Ottanta, l’Anc era bollato come un’organizzazione terroristica dalla minoranza bianca del Sudafrica, un’etichetta che aveva conseguenze anche in altri Paesi, tra i quali gli Stati Uniti. Le liste dei sospetti di terrorismo non sono mai state aggiornate e Rice ha ammesso, nel corso di una audizione al Senato, che il suo dipartimento ha dovuto concedere speciali nullaosta per consentire a Mandela di entrare negli Stati Uniti. Mandela è uscito dal carcere nel 1990 dopo 27 anni di prigionia e nel 1994 è stato eletto primo presidente nero del Sudafrica. A lui gli Stati Uniti riservano sostanzialmente lo stesso trattamento che avrebbero i membri di Hamas. (da Corriere.it)
Maggio 2, 2008
Dar fuoco a una bandiera, a qualunque bandiera, è un gesto barbaro, incivile e ingiustificabile. Quanto è accaduto ieri a Torino, al termine del corteo per il Primo Maggio, con gli esponenti di alcuni centri sociali torinesi che davano fuoco alle bandiere di Stati Uniti e Israele, è l’ennesima conferma di un pregiudizio culturale nei confronti di questi due paesi. Chi scrive è fermamente convinto che la politica messa in atto dai due governi in questione violi palesemente il diritto internazionale, sia causa di inaudite sofferenze per i civili in varie parti del mondo, e che come tale rappresenti una grave minaccia alla pace mondiale. Ma una cosa sono i comportamenti criminali di un governo, un’altra il disprezzo e l’odio nei confronti di una nazione e della totalità del suo popolo, testimoniati da un gesto ingiustificabile come incendiare la sua bandiera. E vergognosa è anche la campagna che da mesi cerca di ostacolare la partecipazione di Israele come ospite d’onore alla Fiera del libro di Torino, che si apre la prossima settimana. Chi brucia le bandiere, chi contesta la presenza di scrittori come Grossman, Oz, Yehoshua alla prestigiosa manifestazione piemontese, ricorda molto i nazisti, quando bruciarono i libri degli ebrei in piazza. Due anni fa David Grossman ha perso un figlio in guerra, ma non per questo ha smesso di essere un grande scrittore impegnato per la pace e critico nei confronti della politica del suo stesso paese. “La letteratura è dialogo”: questo è il senso profondo e universale della bella intervista che ci rilasciò qualche settimana fa per il quotidiano “Avvenire”.
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Maggio 1, 2008

La notizia è di una settimana fa, ma merita di essere ricordata. La prima corte di Assise di Appello di Roma ha confermato la condanna all’ergastolo per quattro ex ufficiali della Marina argentina accusati di omicidio volontario plurimo premeditato di tre cittadini di origine italiana, Angela Maria Aieta, Giovanni e Susanna Pecoraro, scomparsi nel Paese sudamericano nel periodo della dittatura militare. Gli imputati a cui è stato confermato l’ergastolo sono Jorge Eduardo Acosta, Alfredo Ignacio Astiz, Jorge Raul Vildoza e Antonio Vanek. Per un altro imputato, Hector Antonio Febres, a sua volta condannato all’ergastolo in primo grado, la corte ha dichiarato il non luogo a procedere per morte del reo. Febres è deceduto nel dicembre dello scorso anno per avvelenamento da cianuro nella sua cella della Prefettura navale di Tigre (40 chilometri da Buenos Aires) dove era detenuto nell’ambito di un altro procedimento della magistratura argentina. I quattro imputati nel processo italiano, tutti già detenuti in patria ad eccezione di Vildoza, il quale è latitante, appartenevano al ‘Grupo de Tarèa 3.3.2.’ istituito presso la Escuela Superior de Mecanica de la Armada (Esma). Nessuno di loro ha preso parte al dibattimento poiché hanno detto di non riconoscere la legittimità della nostra autorità a giudicarli. La sentenza di primo grado fu pronunciata il 14 marzo dello scorso anno. Nella vicenda è coinvolto anche un altro ex ufficiale argentino, l’ammiraglio Emilio Edoardo Massera, ma la sua posizione è stata stralciata in quanto una consulenza medica deve stabilire se sia in grado, alla luce delle sue attuali condizioni di salute, di essere presente nel giudizio. In aula al momento della sentenza erano presenti due madri di Plaza de Mayo, Angela Boitano e Vera Vigevani visibilmente commosse alla lettura del dispositivo.